INQUINAMENTO E SALUTE

 

di Prisco Piscitelli – Medico Epidemiologo e Ricercatore ISBEM

“Malattia professionale dei lavoratori dell’industria chimica”… era questa la definizione di “tumore” fornita dal dizionario enciclopedico Treccani nel 1954, proprio mentre i prodotti chimici già iniziavano a popolare la nostra vita quotidiana. È innegabile l’esposizione multipla a cui tutti noi siamo sottoposti fin da ogni atto respiratorio e in tutto quel che mangiamo, respiriamo o assorbiamo tramite le superfici corporee senza esserne consapevoli o volontariamente. In principio fu la sigaretta, a cui è stato giustamente ma tardivamente attribuito il ruolo di capillare distributore di cancerogeni. Ma diciamo la verità, le cause dei tumori sono sempre rimaste nel vago, quasi nell’ineluttabilità, complice anche certa scienza che ha rallentato l’imporsi di evidenze scientifiche straripanti, talvolta anche ammiccando a grandi interessi economici (e c’è ancora chi definisce “sfortunati” i malati di tumore su qualche rivista scientifica su cui è difficilissimo pubblicare). Oggi – “per fortuna” – grazie al lavoro della IARC (International Agency for Cancer Research) fondata a Lione da Lorenzo Tomatis sono stati identificate ben 113 sostanze “cancerogene certe per l’uomo” (Classe 1 IARC), tra cui diossine, radiazioni, metalli pesanti, idrocarburi e persino il particolato atmosferico ovvero il famigerato PM10 e PM 2.5 che differisce a seconda delle sostanze che vi adsorbono in base alle fonti che li producono (dal traffico veicolare ai cementifici, fino alle centrali termoelettriche e alle acciaierie a carbone). A queste, si aggiungono altre 234 sostanze “probabilmente cancerogene” (Classe 2 IARC). Per le prime s’imporrebbe il principio di prevenzione: non dovremmo esporci ai cancerogeni certi per l’uomo proprio perché siamo sicuri del danno alla salute che provocano. Per le seconde, invece, varrebbe il principio di precauzione, recepito persino nel trattato di funzionamento dell’Unione Europea (e oggetto di un’apposita comunicazione della Commissione Europea del 2 Febbraio 2000), da applicarsi proprio in assenza di dati scientifici certi. In entrambi i casi non dovremmo esporci a tali sostanze, se non fosse che si tratta di molecole che popolano già dal secolo scorso tutta la nostra vita quotidiana. Di qui l’introduzione dei cosiddetti “limiti di legge” che definiscono i livelli massimi della concentrazione di tali sostanze in ambienti di vita o di lavoro, basati più su un concetto di “accettabilità del rischio” (i benefici che da tali esposizioni pur riconosciute come dannose per la salute dei singoli derivano invece per l’intera società: emblematico è il caso delle centrali nucleari) che sulla reale “sicurezza sanitaria”. Infatti, per citare il caso dell’inquinamento atmosferico, i limiti di legge per le concentrazioni medie annuali di PM10 e PM2.5 sono il doppio dei valori considerati sicuri dall’Organizzazione Mondiale della Sanità fin dal 2005.

Molto è cambiato anche nei modelli esplicativi dei meccanismi alla base della cancerogenesi, fino a dieci anni fa basati sulla teoria di una generica multifattorialità (in cui la cosiddetta predisposizione genetica aveva sempre gran peso e ricordava molto da vicino la “sfortuna” di superstiziosa memoria) e sull’accumulo di mutazioni casuali nella cellula che finivano col produrre come risultato il cancro. Questa spiegazione – oggi in gran parte rivista alla luce dell’epigenetica – ha retto fino a quando i tumori si osservavano per la quasi totalità in età senile poteva, ma tutto è cambiato dal momento in cui – in coincidenza della presenza sempre più ubiquitaria e dell’accumulo dei cancerogeni classificati come tali dalla IARC – abbiamo cominciato ad osservare non solo una costante crescita del numero complessivo di tumori nella popolazione generale (siamo a 350.000 nuoci casi l’anno), ma un progressivo abbassamento dell’età di diagnosi (ad es. per la mammella) e un’impennata senza precedenti dei casi di tumore pediatrico (anche nel primo anno di vita), che rappresenta la prima causa di morte per malattia nei bambini italiani.

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