#GIORNATAINTERNAZIONALEDELLEOSTETRICHE – COSA VUOL DIRE ESSERE OSTETRICA IN BURUND

Ngozi, 5 maggio – In occasione della giornata internazionale delle ostetriche, trovo la forza di mettere per iscritto i pensieri e le emozioni che, da quando sono arrivata in Burundi, affollano il mio cuore.

Non è facile provare a raccontare cosa vuol dire essere ostetrica qui, all’ospedale autonomo di Ngozi, ma so che per poter essere testimoni bisogna imparare a raccontare.

Essere ostetrica in Burundi vuol dire fare la differenza per una mamma, per il suo bambino, per i bambini che ha a casa, per la sua famiglia e la sua “collina” – piccola unità amministrativa. Non perché noi ostetriche sappiamo fare cose mirabolanti, assistere parti podalici, parti gemellari, rianimare un neonato, ma perché facendo tutto questo ci ricordiamo che al centro di tutto ci sono la donna, il suo bambino e la loro dignità. Essere ostetrica con le donne e non al di sopra delle donne, in modo da poter far nascere mamme forti, in salute, capaci di accudire un bambino sano e di prendersi cura di tutta la famiglia.

In Burundi ciò che fa la differenza non è soltanto assistere un parto podalico, per questo ci sono infermiere molto più esperte, ma chiedere alla donna se ha sete o fame, dirle che può muoversi quando ha male, che non è costretta a stare sdraiata in una posizione scomoda, presentarsi con il proprio nome, starle vicino nel dolore, chiederle il permesso di visitarla. Tutto ciò ricorda loro che sono donne, che stanno diventando mamme e non carne a disposizione del professionista sanitario di turno.

Ho visto tante donne essere trattate male, alcune volte picchiate durante il parto, pinzate con un koker perché non stavano ferme durante una sutura, oltretutto fatta senza anestesia. Ho visto infermiere allontanare subito il bambino dalla propria madre dopo il parto, donne che per ore non hanno saputo che il loro bambino era morto dopo essere nato. Ho visto la dignità di queste donne calpestata ancora una volta, anche nel momento più fragile e decisivo della loro vita. Ho visto donne accettare questi soprusi perché qui è la normalità.

Allora, la cosa più importante e anche la più difficile da realizzare è iniziare a curare e assistere con umanità e vicinanza. Per questo, ogni giorno, dopo lo staff, entro in sala parto sapendo che il mio compito è quello di dare l’esempio, dimostrare che esiste un modo diverso di prendersi cura, che la differenza non sta nel numero di cardiotocografi che abbiamo, ma nella dignità che siamo capaci di preservare e moltiplicare.

Sara Gaiera

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