#NUTRIZIONE – L’URBANIZZAZIONE NON È IL SOLO MOTORE DELL’EPIDEMIA DI OBESITÁ

09 Maggio 2019 – Un recente studio sui tassi di obesità regionali ha dimostrato che l’aumento globale dell’obesità negli ultimi tre decenni è stato osservato più nelle aree rurali che in quelle urbane.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), l’obesità è quasi triplicata dal 1975. Nel 2016, più di 1,9 miliardi di adulti sono stati considerati sovrappeso, di questi oltre 650 milioni erano obesi.

Poiché il tasso di obesità in tutto il mondo è aumentato costantemente per decenni, gli sforzi di sanità pubblica per combatterlo si sono concentrati soprattutto sulle aree urbane. Infatti, il crescente spostamento verso le città, l’assunzione di stili di vita sedentari e il facile accesso a cibi altamente trasformati ha condotto gli esperti di sanità pubblica a considerare l’urbanizzazione come il motore dell’epidemia di obesità.

Oggi però, numerose ricerche suggeriscono che il problema è forse più grave nelle zone rurali.

Lo studio pubblicato su Nature ha rilevato infatti che più del 55% dell’aumento globale dell’indice di massa corporea (BMI) negli ultimi 30 anni ha riguardato le popolazioni rurali. La tendenza era ancora più accentuata nei paesi a basso e medio reddito, con l’incremento dell’80% del BMI nelle popolazioni rurali.

I ricercatori riferiscono che, in quasi tutte le regioni del mondo, l’aumento di peso nelle aree rurali sta aumentando allo stesso ritmo o più velocemente che nelle città.

Questa ricerca ha profonde implicazioni, perché mentre i paesi lottano per controllare i rischi per la salute derivanti dall’epidemia globale di obesità nelle città – costruendo piste ciclabili per incoraggiare l’attività fisica o cercare di ottenere più prodotti freschi nelle aree urbane ad esempio – c’è bisogno di creare soluzioni nelle zone rurali.

“Bisogna pensare a politiche che inglobino le aree rurali o abbiano un effetto sulle aree rurali e urbane allo stesso modo. Non possiamo semplicemente ignorare l’evidenza”, ha detto Barry M. Popkin, ricercatore di scienze alimentari all’Università del Nord Carolina.

Le tendenze osservate nelle città – stili di vita sedentari e consumo di cibi non sani – sono penetrate anche nelle aree rurali, in modo più rapido e ampio di quanto si creda.

La struttura delle aree rurali rende più difficile e più costoso l’attuazione di interventi di sanità pubblica che invece funzionano nelle città, e gli sforzi sono spesso complicati dalla mancanza di infrastrutture di base.

Se come detto il cambiamento degli stili di vita ha avuto un ruolo importante nell’ascesa globale dell’obesità, così lo ha avuto anche il settore alimentare globale. Infatti, spinti dalla costante ricerca di mercati inesplorati, i giganti dell’industria del cibo – come Nestle, KFC e Coca-Cola – hanno puntato sempre di più ai paesi in via di sviluppo. Alcuni di questi, che fino a pochi decenni fa lottavano contro la denutrizione, si trovano oggi inondati di cibi ultra trasformati, ipercalorici e poveri di nutrienti.

Quindi per dare una risposta all’epidemia di obesità bisogna agire sull’alimentazione e ad esempio iniziare a ridurre il consumo di cibo spazzatura nei paesi a reddito medio-basso.

Esempi positivi a tal proposito sono il Messico che ha varato una tassa sullo zucchero negli ultimi anni che ha portato a un drastico calo del consumo di soda zuccherata e il Cile, il cui governo negli ultimi anni ha emanato alcune delle leggi più severe al mondo contro il marketing di cibi spazzatura. Ad esempio, hanno costretto Kellogg’s a togliere Tony the Tiger dalle scatole dei cereali e vietato cibi zuccherati che includono giocattoli come l’uovo Kinder Sorpresa.

B.A.

Foto credit: Alessandro Froio

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